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CAGLIARI. Cagliari dovrà ridurre di quasi il 30% le concentrazioni di PM10 nei prossimi quattro anni per essere nei limiti entro il 2030. È quanto emerge dall'ultimo report "Mal'aria di città 2026", analizzando i dati regionali della Sardegna: a farlo è Legambiente che, nel focus sull'Isola, guarda in particolare ai limiti di legge e alle soglie di valutazione in vigore dal 2030, con la revisione della Direttiva europea sulla qualità dell’aria. Il 53% dei capoluoghi italiani (55 città su 103) non rispetta già ora il limite previsto per il PM10 di 20 microgrammi per metro cubo al 2030, ma la situazione è particolarmente difficile in particolare a Cagliari.
Dai dati emergono alcune criticità, ad esempio quella sul particolarato fine PM10, con picchi di superamento dei nuovi standard europei che sfiorano il 50% nell'agglomerato di Cagliari. Un terzo delle centraline, nel 2025, soddisfano i criteri OMS, e il 30% non rientra nei nuovi standard europei.
Difficile anche la situazione dei PM2,5, mentre sensibilmente migliore quella dell’NO2, per la quale già oggi sono solo due (tra cui Cagliari) le centraline a non rientrare negli standard UE. "Guardando gli andamenti regionali sull’ultimo decennio è positivo rilevare un lento costante miglioramento in tutti i parametri esaminati", scrive Legambiente,"è necessario però un cambio di passo per arrivare pronti all’entrata in vigore dei nuovi standard di qualità dell’aria il 1° gennaio 2030, soprattutto con riguardo al particolato. Rimane l’incognita dei valori non misurati con continuità in aree urbane come quelle di Olbia, Nuoro, Oristano".
“Dobbiamo sfatare il mito delle città sarde con l’aria pulita dal maestrale - afferma Marta Battaglia, presidente di Legambiente Sardegna - perché il fatto che non percepiamo visivamente la presenza di inquinanti non vuol dire che non ci siano. I dati lo dimostrano e, rilevando un evidente calo nel 2020 quando la nostra quotidianità è stata profondamente alterata dalla pandemia, ci richiamano alle nostre responsabilità. L’origine antropica dell’inquinamento è, se vogliamo, una buona notizia: sappiamo cosa fare per invertire la tendenza”.
“Già oggi evidenziamo forti criticità riferite ai limiti che saremo tenuti a rispettare nel 2030, continuano Giorgio Querzoli e Luigi Lai del Comitato scientifico di Legambiente Sardegna - e ulteriormente grave è la situazione se rapportata ai valori raccomandati dall’OMS, e indicati dall’UE come soglie di valutazione, a tutela della salute di cittadine e cittadini. Serve mettere in campo da subito azioni concrete e lungimiranti, a partire dalla realizzazione di una rete di monitoraggio capillare e innovativa per garantire una base di dati in grado di supportare decisioni tempestive ed efficaci".
"A causa di criteri normativi obsoleti, la rete sarda di monitoraggio della qualità dell’Aria ha subito un progressivo smantellamento ed è passata dalle 43 stazioni di monitoraggio, attive prima del 2018, alle attuali 25, delle quali solo 9 in grado di rilevare i PM2,5, lasciando senza alcuna sorveglianza continua capoluoghi di provincia come Nuoro, e rendendo impossibile rilevare un eventuale peggioramento della qualità dell'aria nelle zone non più monitorate", si legge nel report, "Le dismissioni sono conseguenti all'applicazione di criteri scritti in un tempo in cui le centraline erano costose e complicate da gestire e manutenere. Oggi sono disponibili sensori a basso costo e il monitoraggio distribuito è diventato uno strumento fondamentale per una gestione efficace di città e territori, perciò, la Regione dovrebbe dotarsi di una rete capillare di “allerta” che permetterebbe di tutelare meglio la salute dei cittadini".
"Servono investimenti massicci nel TPL, incentivi all’uso del trasporto pubblico, mobilità elettrica condivisa anche nelle periferie, implementare ZTL, LEZ (Low emission zone) e ZEZ (Zero emission Zone), elettrificazione anche dei veicoli merci digitalizzare i servizi pubblici, promuovere l’home working, ampliare e rendere più razionali le reti ciclo-pedonali e ridisegnare lo spazio urbano, a misura di persona con limiti di velocità a "città 30" rendendo al contempo la mobilità non solo più pulita, ma più sicura e realmente inclusiva. Bisogna vietare progressivamente le caldaie e i generatori di calore a biomassa nei territori più inquinati; negli altri invece supportare l’installazione di tecnologie a emissioni “quasi zero”, con sistemi di filtrazione integrati o esterni, o soluzioni ibride.









