Seguici anche sul nostro canale Whatsapp
ORISTANO. Avrebbero in 4 mesi pescato (e venduto) circa 70mila esemplari di ricci, ma la zona da cui li hanno sottratti era area protetta, nello specifico tra l'area marina protetta della penisola del Sinis e l'Isola di Mal di Ventre. Ora per i due indagati è stato chiesto il rinvio a giudizio e rischiano grossi guai.
Ad occuparsi dell'indagine la procura di Oristano, cooordinata dal pm Paolo De Falco. L’attività investigativa, condotta dalla stazione forestale e di vigilanza ambientale di Oristano con il supporto dei barracelli di Cabras, ha svelato un prelievo illegale sistematico che comprendeva la lavorazione e commercializzazione del prodotto, destinato anche a ristoranti locali. In soli quattro mesi, è stata accertata la sottrazione di decine di migliaia esemplari di riccio di mare (Paracentrotus lividus), in particolare nella zona B dell'area protetta, dove vige il divieto assoluto di pesca.
Determinante per la qualificazione giuridica dei fatti è stata la collaborazione con i consulenti del Cnr di Oristano, Torregrande. Gli studi hanno documentato una diminuzione drastica della popolazione di ricci e l'attività investigativa ha evidenziato una riduzione della densità di esemplari di taglia commerciale. Questi dati hanno permesso di intuire ci fosse stata una compromissione significativa e misurabile dell’ecosistema, requisito essenziale per contestare il delitto di inquinamento ambientale previsto dall'art. 452-bis del codice penale.
La contestazione del delitto di inquinamento ambientale segna un passaggio storico nella tutela del territorio sardo. Questo reato prevede pene severe: reclusione da due a sei anni e multe da 10.000 a 100.000 euro. Oltre all'inquinamento, agli indagati sono stati contestati i reati di esercizio illecito della pesca in area protetta e vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione.












