Padre Paolo Contini - vittima degli abusi
CAGLIARI. "Gli abusi, soprattutto quando maturano in contesti educativi e spirituali, non feriscono soltanto il corpo. Feriscono la fiducia, la coscienza, l’immagine di sé, il rapporto con gli altri e, talvolta, anche il rapporto con Dio. Ascoltare è il primo atto di tutela". Così il servizio regionale per la Tutela dei Minori e degli Adulti Vulnerabili della Conferenza Episcopale Sarda sulle motivazioni della sentenza del Tribunale ecclesiastico interdiocesano sardo che ha riconosciuto colpevole di abuso sessuale, in primo grado, don Valerio Manca: i fatti sarebbero avvenuti nel collegio francescano di Oristano ai danni di Marco Contini (noto come padre Paolo Contini) il primo a denunciare gli abusi, iniziati quando aveva solo 14 anni.
Tutto è nato nel 2021 quando lo stesso don Manca aveva redatto una dichiarazione scritta con la quale si autodenunciava per "un crimine" commesso circa trent'anni prima. Nella sentenza è chiaro il ruolo decisivo di uno "scambio di comunicazioni telefoniche e di messaggi tra Contini e Manca", dal quale sono emersi "gli elementi che hanno permesso di circostanziare in modo inequivocabile", si legge nella sentenza del Tribunale, "gli episodi di abuso risalenti a oltre trent'anni prima".
La sentenza è critica nei confronti della Chiesa per l'iniziale sottovalutazione e la gestione del caso: un contesto decritto come "segnato da una preoccupante insufficienza di consapevolezza: non solo del disvalore oggettivo delle condotte abusive qui scrutinate", si legge, "ma dello stesso fenomeno abusivo nella sua complessità e del grado di responsabilità che la comunità ecclesiale è chiamata ad assumere dinanzi ad accadimenti di tale gravità".
Secondo quanto riportato nella sentenza definitiva di prima istanza, i fatti sarebbero emersi "per pura casualità" e solo per la denuncia della persona offesa: altrimenti "sarebbero con ogni verosimiglianza rimasti confinati nel silenzio".
Da qui parte infatti la riflessione della coordinatrice del servizio per la tutela dei minori della Conferenza episcopale sarda, l'avvocato Valeria Aresti, sull'importanza del percorso di prevenzione degli abusi, di ascolto delle vittime e di promozione di una cultura della tutela all'interno delle comunità ecclesiali.
"Quando l’abuso nasce dentro una relazione profondamente asimmetrica, segnata da autorità, dipendenza affettiva e fiducia tradita", scrive la coordinatrice Aresti, "la vittima può non riuscire subito a comprendere, nominare e raccontare ciò che sta vivendo. Per questo il silenzio non può mai essere liquidato con superficialità. Talvolta è proprio una delle conseguenze più profonde del trauma, della paura, della confusione e della solitudine".
Il servizio regionale ribadisce quindi quello che definisce come "un principio essenziale": "La tutela non si esaurisce nelle procedure, ma richiede ascolto, formazione, responsabilità e capacità di riconoscere per tempo le situazioni di vulnerabilità. Chi ha vissuto esperienze di abuso, manipolazione o disagio in contesti ecclesiali non deve pensare di essere solo o di non poter essere creduto. È possibile parlare. È possibile chiedere ascolto. Ed è possibile farlo in spazi riservati, preparati ad accogliere con serietà e rispetto. Per questo è importante che chiunque abbia vissuto, conosciuto o anche solo intercettato situazioni di abuso, disagio, manipolazione o condotte inappropriate in ambito ecclesiale non resti solo e non resti in silenzio".
E sui servizi diocesani e i centri di ascolto si legge: "Il silenzio non protegge nessuno: ascoltare è il primo atto di tutela. La credibilità della Chiesa non cresce nella rimozione, ma nella capacità di riconoscere le ferite, fare verità e costruire ambienti realmente sicuri. Ogni passo che aiuta a rompere il muro della paura, delle sottovalutazioni e dell’omertà è un passo necessario: non contro qualcuno, ma a favore di una Chiesa più consapevole, più giusta e più capace di custodire i più fragili. Il Servizio Regionale continuerà a lavorare nella prevenzione, nella formazione e nell’ascolto, perché la tutela non resti un principio dichiarato, ma diventi una responsabilità concreta nella vita delle comunità".













