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CAGLIARI. Chi passa tra le vie dello shopping non può fare a meno di notarli. I negozi “turistici” di souvenir e gadget nel centro storico di Cagliari sono sempre di più. In via Manno basta fare 150 metri per contare almeno quattro attività, quasi una accanto all’altra, con una distesa di calamite che raffigurano le spiagge sarde e la bandiera dei quattro mori, cappellini con la scritta “Sardegna” e cartoline. Quelle aperte più di recente hanno in bella mostra insegne fatte realizzare da Chat gpt o da piattaforme di intelligenza artificiale analoghe che riportano la dicitura “souvenir dalla Sardegna” e accanto ci sono la bandiera italiana, sì, ma inspiegabilmente anche quella di Brasile e Giappone. A due passi la galleria d'arte chiusa è diventata un piccolo supermercato di una grande catena, adatto al turismo "mordi e fuggi".
Da via Dante a piazza Yenne, le vere edicole rimaste si contano sulle dita di una mano. Le altre si sono trasformate in punti vendita di souvenir standardizzati e di bassa qualità. Ma a chi giova davvero l’iperturismo?
Tante altre città italiane si sono mosse da tempo per fissare paletti stringenti sulla proliferazione di questo tipo di attività.
A Roma l’amministrazione comunale sta per prorogare il regolamento varato nel 2023 che impone lo stop alle nuove aperture di minimarket e negozi di souvenir nel centro storico. Era stato il Consiglio di Stato a gennaio a confermare la linea del Comune, dando il via libera agli stop. Una decisione che ha l’obiettivo dichiarato di “contrastare l’iperturismo”.
Lo stesso ha fatto poche settimane fa il Comune di Pisa, e, ancora prima, la città di Lucca. A Firenze sono scattati di recente i controlli nelle edicole che hanno abbandonato la vendita di giornali per dedicarsi a quella di altri articoli, come ad esempio, i souvenir, appunto. E sono scattate anche sanzioni.
E a Cagliari? Le calamite si moltiplicano e le attività storiche chiudono.













