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CAGLIARI. In Sardegna il problema del lavoro non è solo salariale, ma riguarda soprattutto la discontinuità occupazionale. È il messaggio lanciato dalla Cisl Sardegna in occasione del Primo Maggio e della manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil a Marghera.
“In Sardegna il problema non è solo quanto si guadagna, ma quanto poco si lavora nell’arco dell’anno”, afferma il segretario generale Pier Luigi Ledda. Le analisi di Adapt sui dati Inps evidenziano infatti come il reddito dipenda da fattori strutturali: giornate lavorate, tipologia contrattuale e produttività.
Nel 2024, la retribuzione media annua nell’isola è di 16.958 euro, contro i 24.486 nazionali, con meno giornate lavorate (224,6 contro 247) e un part-time più diffuso (34,8%). Differenze rilevanti anche tra territori, con scarti superiori ai 5mila euro annui.
“Il lavoratore povero oggi è spesso chi lavora troppo poco”, sottolinea Ledda, ribadendo che “la dignità del lavoro non dipende solo dalla paga oraria, bensì dalla continuità e dalla qualità dell’occupazione”. Il sindacato evidenzia inoltre la debolezza della base produttiva, con l’industria ferma all’8% del valore aggiunto regionale. Da qui la richiesta di rafforzare manifattura e filiere produttive e di non limitare il dibattito al salario minimo.
Tra le priorità: più contrattazione, formazione e politiche attive. “Senza competenze non c’è produttività”, conclude Ledda, proponendo un Patto regionale per sviluppo, lavoro e formazione.











