Sara, Ilaria. E prima ancora Sabrina, Laura, Eleonora, Francesca. Non certo solo numeri di una lunga lista di vittime, ma donne private della propria dignità e della vita, per mano di un uomo. Che può essere un marito, un compagno, ma anche un conoscente incapace di accettare un rifiuto.
“Se non torno domani, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima”. Li ricorderete i versi dell’attivista Cristina Torre Cáceres che erano diventati slogan delle proteste dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. Da allora cosa è cambiato? Nulla.
Continuiamo a girare per le strade con la stessa paura costante che un uomo ci faccia del male, ci accoltelli, ci ammazzi. Continuiamo a sentire sulla nostra pelle il dolore per chi non c’è più e non ha più voce. Continuiamo ad ascoltare e a leggere frasi come “Non aveva denunciato” o “Non si era accorta del pericolo”, “Lo aveva sottovalutato”. Come se la colpa fosse sempre della donna, anche quando viene uccisa. Come se si dovesse trovare per forza una giustificazione. Come se a ognuna di noi si chiedesse sempre di salvarsi da sola.
E le istituzioni cosa fanno nel frattempo? Dicono di denunciare, sì, ma quando denunci poi capita che ti ritrovi sola, al punto di partenza. Perché quell’uomo che ti scrive costantemente “magari si è solo invaghito”. E quando non denunci allora dicono che hai sottovalutato. Capita, come è successo a Sara Campanella, studentessa uccisa da un suo collega dell’università, che cammini per strada e credi di essere al sicuro, in mezzo alla gente, anche se lui ti segue, ma in realtà non lo sei. E no, non dovrebbe capitare.
Uomini privi di educazione all’interiorità, incapaci di gestire il rifiuto. Non è solo il sistema di prevenzione a non funzionare, dietro c’è molto di più. Bisogna ripartire dalle scuole, dai bambini e dagli adolescenti.
Fanno rabbrividire alcuni - tanti in realtà - commenti lasciati da uomini (e in alcuni casi anche da donne) alle notizie pubblicate sui recenti femminicidi di Ilaria Sula e Sara Campanella.
“Le donne non sono innocenti, le fanno sembrare tali”, “ La gente non riesce a comprendere che ha reagito male e che la vittima è lui”, “Meritava peggio se faceva la f**a”, “Voi femmine siete tutte sante vero?”, “Il problema che voi non capite è che molti uomini non sbottano dopo un no ma dopo magari qualche centinaio, non serve educazione affettiva serve la f**a”, “Questo succede quando giocate troppo con i nostri sentimenti, sono eroi per noi”.
Fino a quando si continuerà a parlare di uomini che “perdono la testa” perché una donna ha osato dire no, fino a quando si continuerà a enfatizzare la figura dell’assassino come quella del “bravo ragazzo, solo un po’ timido e riservato”, a credere che basti dare il cognome della madre per estirpare il sistema patriarcale, a pensare che questa che stiamo vivendo non sia un’emergenza che coinvolge tutti, avremo ancora tanto da temere. Per noi stesse e per le nostre figlie.