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    I giudici bastonano la Difesa che nega l'indennizzo a un militare sardo malato di tumore

    Soldati

    CAGLIARI. Al ministero della Difesa non basta più affermare che "non esiste un nesso di causa-effetto" tra il servizio prestato e i tumori dei militari per non pagare risarcimenti e indennizzi. Deve dimostrare l'inesistenza, se proprio non vuole pagare. E documentare analiticamente quello che afferma. L'orientamento giurisprudenziale è cambiato, prima al Consiglio di Stato e adesso anche al Tar della Sardegna, che ha accolto il ricorso di un soldato sardo del 151° Reggimento Fanteria (Brigata Sassari) che, attraverso lo studio legale Longheu-Fazio di Macomer -  aveva chiesto il riconoscimento della causa di servizio per "formazioni linfonodali colliquate o di tumore di Whartin".

    Il male lo aveva colpito vicino all'orecchio. Alle spalle aveva otto missioni, tra Afghanistan e Bosnia, della durata media di sei mesi ognuna, svolte dal 1995. Era fuciliere assaltatore. Nel ricorso si legge che "ha svolto attività di pattugliamento di medio-lungo raggio, in territori e centri urbani rasi al suolo dai bombardamenti e contaminati da esalazioni, venendo a contatto con rifiuti tossici derivanti dalla combustione ed ossidazione dei metalli pesanti causati dall'impatto e dall'esplosione delle munizioni utilizzate per le operazioni belliche; negli stessi periodi ha dovuto alloggiare all'interno di edifici dismessi costruiti con materiali di amianto e in pessime condizioni igienico-sanitarie, nonché privo di idoneo abbigliamento protettivo e delle attrezzature necessarie a evitare il contatto e l'inalazione di sostanze nocive e agenti radioattivi; ha aggiunto poi di essere stato sottoposto a “disagi alimentari” (razione K) e ambientali, in territori interessati dall’utilizzo di armi e munizionamenti tossici come l'uranio impoverito, e dovendo, altresì, ingerire, in plurime occasioni, acqua contaminata". Gli sono stati iniettati numerosi vaccini e in più, a lungo, è stato sottoposto a onde elettromagnetiche in virtù del suo incarico. 

    Nel novembre 2009, a Bala Morghab-Herat, il militare sardo  "ha accusato forti dolori a entrambe le orecchie e, dopo qualche giorno, i medici dell’infermeria, privi della strumentazione necessaria per svolgere più approfonditi accertamenti, lo hanno dimesso con diagnosi di “otite bilaterale”. Ma era qualcosa di molto peggio. Al rientro della missione, pochi mesi dopo, "si è sottoposto ad accertamenti specialistici presso gli ospedali Brotzu e San Giovanni di Dio a Cagliari, all’esito dei quali il Reggimento ha disposto il suo ricovero presso l’Ospedale Militare Celio di Roma, una prima volta l’11 agosto 2010 e una seconda volta il 25 agosto dello stesso anno". Ed ecco il verdetto: tumore, altro che otite. Da operare in fretta: l'intervento viene effettuato d'urgenza al Brotzu, il 19 settembre, per asportarlo. Il soldato aveva solo 34 anni.

    Da allora è iniziato il suo calvario sanitario e medico. Per affrontarlo ha chiesto il  contributo e l'indennizzo al ministero. Ma i medici con le stellette che lo hanno visitato hanno detto no. Il motivo? "L'infermità, esiti di parotidectomia destra per adenoma pleumorfo, non può riconoscersi dipendente da fatti di servizio in quanto nei precedenti di servizio dell’interessato non risultano fattori specifici potenzialmente idonei a dar luogo ad una genesi neoplastica", si legge nel referto. Che allora non aveva convinto nemmeno i vertici della Previdenza militare, che avevano disposto - senza che il soldato sardo ne fosse a conoscenza - una nuova visita. Perché siamo nel 2016 e già l'aria intorno alle malattie dei militari stava cambiando e lo Stato stava perdendo qualche causa. Ma anche il nuovo collegio di medici ha rigettato la domanda: non è dimostrabile il nesso di causalità, ribadiscono, tra il servizio e la malattia. 

    Così ecco il ricorso al Tar. I giudici amministrativi hanno annullato gli atti di rigetto della domanda, stabilendo che "il Comitato non potesse legittimamente limitarsi a richiamare l’inesistenza di evidenze scientifiche certe sulla sussistenza dell’invocato nesso eziologico, essendo, viceversa, tenuto a prendere motivata posizione sulle “evidenze statistiche” indicate dal ricorrente nella propria domanda: come già si è accennato, infatti, laddove non sia possibile stabilire con certezza un nesso di causalità tra neoplasia e mansioni svolte in contesti operativi complessi o degradati, l'interessato può limitarsi a evidenziare l’esistenza di un concreto e significativo “nesso statistico-probabilistico” tra malattia e mansioni, restando, a quel punto, all’amministrazione l’onere di “smontare” motivatamente i relativi assunti, sempre che ciò sia logicamente possibile". Ora la parola torna di nuovo ai medici - che dovranno muoversi nelle strettoie imposta dal Tar - mentre un soldato dell'esercito italiano convive da dieci anni con lo spettro di un tumore. 

    E.F.
    News
    13 Febbraio 2020

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