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Gran Bretagna, Corbyn presenta il nuovo manifesto laburista: nazionalizzazioni e più tasse ai ricchi

LONDRA. Ri-nazionalizzazione di ferrovie, poste e larga parte del settore energetico. Non passa certamente inosservato il nuovo manifesto elettorale che il partito Laburista inglese sta preparando in vista delle elezioni anticipate del prossimo 8 giugno. Un programma che, dopo le prime indiscrezioni trapelate sui media, sta già scatenando aspre polemiche in Gran Bretagna.

La cura “marxista” del segretario Jeremy Corbyn produce dunque i suoi primi effetti sull'ideologia del partito. E così nel programma elettorale dei Labour, oltre alle nazionalizzazioni, entrano provvedimenti come la graduale eliminazione della retta d’iscrizione all’Università (la “tuition fee”, vicina alla cifra record di 9250 sterline), la costruzione di alloggi popolari, l’incremento dei finanziamenti a favore delle politiche di welfare e via di questo passo. Un pacchetto di misure tanto ambiziose quanto costose che verrebbe attuato grazie alla copertura garantita dall’aumento delle imposte indirette e delle aliquote per i redditi superiori a 80 mila sterline lorde annue (dall’attuale 45% a oltre il 50%).

Secondo la stampa britannica si tratta del programma più radicale degli ultimi 35 anni: neanche Michael Foot - promotore del manifesto del 1983 ricordato ancora oggi come “la più lunga lettera di suicidio della storia” data la batosta (la peggiore dal 1918) che ne era seguita alle elezioni, vinte dalla premier uscente Margareth Thatcher – era riuscito a spostare così a sinistra il baricentro ideologico del partito.

Memori di quella pesante sconfitta, molti esponenti laburisti non hanno nascosto tutto il proprio disappunto nei confronti di un manifesto ritenuto, anche a sinistra, eccessivamente radicale. I crescenti mal di pancia dei compagni di partito hanno addirittura costretto Corbyn a cancellare una tappa della campagna elettorale per provare a ricompattare i suoi, rinviando a un secondo momento la pubblicazione del documento. E sul Labour soffia sempre più forte il vento della scissione.

In un quadro politico simile, i Conservatori hanno gioco facile nell’accusare Corbyn di aver riportato indietro le lancette allo statalismo degli anni Settanta. Ai Tories non resterebbe in pratica che sedersi e pregustare il già annunciato disastro elettorale degli avversari: ad oggi il vantaggio del partito guidato da Theresa May si attesta sopra i venti punti percentuali.

Dalle ceneri della sconfitta laburista dell’83 era lentamente scaturito il “New Labour” di Tony Blair. Cosa accadrebbe il 9 giugno se Corbyn uscisse dalle urne con le ossa rotte? Per dirla con i Beatles: “Tomorrow never knows”: il domani è incerto, anche se il destino di Jeremy "il rosso" sembra già segnato.

Jeremy-Corbyn

 

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